24 novembre 2017
Aggiornato 01:00
La «Donna della mala» in concerto

Vanoni: canto del cigno della Diva

La signora della musica italiana apre il Grado Festival d'Autore 2016. Difficile se non impossibile descrivere una performance nella quale si evince che il canto del cigno dell'artista è già arrivato da qualche tempo.

Ornella Vanoni in concerto a Grado (© Fabrice Gallina)

GRADO - Leggendo la biografia di Renato Vallanzasca mi rimase impresso che lui da ragazzo, aspirante criminale nella Milano del boom, ascoltasse assieme ai colleghi della Banda della Comasina le canzoni di Ornella Vanoni tra un colpo e l'altro. Commuovendosi.

Ornella Vanoni infatti non è una cantante. E' un mito, un'icona, un pezzo di storia dei questo paese. Assieme a Mina e a poche altre ha rappresentato per decenni l'immaginario collettivo dell'universo femminile in Italia. Essere donna significava essere un po' come la Vanoni.

Difficile se non impossibile descrivere una performance nella quale si evince che il canto del cigno dell'artista è già arrivato da qualche tempo. Qui la Diva (e lo scrivo con la D maiuscola) appare come ultima interprete delle femme fatale dal passato burrascoso riscontrabili nei romanzi di Agatha Christie, dedite a racconti di un passato di frivola eleganza e a collezionare gioielli, che a suo tempo furono magistralmente interpretate da Bette Davis nelle versioni cinematografiche.

Il talento: è il talento della Vanoni che tira avanti lo spettacolo, fatto di improvvisazioni assolute, alcuni errori dati più che altro dall'assenza di scaletta e da un'emotività incontrollata della medesima. Un trio jazz - che la conduce per mano con melodiche di soccorso e di una bravura strepitosa - chiude la cornice di un quadro forse più decadente che romantico.

Il dialogo con il pubblico, di cui sembra avere un disperato bisogno, è la parte più preponderante dello show: parla di colleghi, amori, amici, nemici di una vita e con il suo graffiante humour milanese ci ricorda di essere stata la «Donna della mala». Gino Paoli diventa un cieco che tutti pensano sia gay, Paul Newman e Robert Redford - due nani - bravissimi per carità, ma non all'altezza (intesa come statura) della medesima. E a concludere, per l'esplosione di tutta la spiaggia - Romina Power - una muta. Nonchalance e cattiveria a braccetto, ma alla Vanoni le si perdona tutto.

E poi quello che non ti aspetti: il delirio lascia il posto alla lucidità, la scena farsesca al grande teatro, perché quando interpreta in maniera impeccabile «Domani è un altro giorno» (che oggi più che mai suona a testamento musicale) e in platea la commozione si sostituisce all'ilarità - sembra quasi voglia dirci «vi ho preso tutti in giro, t'è capì?!»

Ci sono artisti che scelgono di lasciare la scena prima di diventare obsoleti, vecchi, patetici e ci sono artisti che invece scelgono di morirci, sul palco.

E poi - e questo è il caso di Ornella Vanoni - ci sono grandi artisti e basta.