19 novembre 2017
Aggiornato 00:00
Fotografia

A Mariano la mostra «Ex-Factory»

Le fotografie di Gianluca Deiuri in mostra alla Biblioteca Comunale indagano sulla memorie della civiltà industriale. Appuntamento per l'inaugurazione domenica 17 settembre

A Mariano la mostra «Ex-Factory» (© «Ex-Factory» Gianluca Deiuri)

MARIANO DEL FRIULI - Alla Biblioteca Comunale il 17 settembre alle 11.30 inaugurerà «Ex Factory» la personale dell'artista Gianluca Deiuri. «La vista delle rovine ci fa fugacemente intuire l'esistenza di un tempo che non è quello di cui parlano i manuali di storia o che i restauri cercano di richiamar in vita. È un tempo puro, non databile, assente da questo nostro mondo di immagini, di simulacri e di ricostruzioni, da questo nostro mondo violento le cui macerie non hanno più il tempo di diventare rovine. Un tempo perduto che l'arte talvolta riesce a ritrovare» (Marc Augé, Rovine e macerie). Le fabbriche dismesse e gli edifici industriali abbandonati e lasciati nel degrado, nel lento disgregarsi, nel decomporsi, si presentano come scheletri, resti e tracce di una memoria non solo architettonica e produttiva ma anche umana, per le vite che li hanno abitati lavorandovi. Sono ridotti ora a terrain vague, a porzioni di spazio residuali, spesso definite in negativo: non abitate, non frequentate, estranee. Aree dismesse, zone ingombre di macerie, pericolanti e pericolose, marginalizzate e recluse in uno stato di sospensione rispetto al resto che le circonda.

Il rapporto tra spazio e memoria
Durante una passeggiata, si potrà avvertire la presenza di uno scarto percettivo, una variazione di ritmo; entrarvi dentro, attraverso un sistema di soglie e di limiti variamente definiti, implica l'emergere in primo piano di una dimensione estasica, relativa cioè ai sensi: bisogna attraversarli facendo attenzione a ciò che si calpesta, alle superfici sconnesse, agli ingombri, alle zone cedevoli, ai pericoli incombenti. Aggirarsi tra le tracce disseminate, tra le testimonianze accennate che si fanno «discorsi» spaziali, che vengono letti come orme, come immagini rovesciate, come dei negativi, si percepisce una richiesta di senso, un invito a dare un senso anche provvisorio, un senso inedito. Ecco che gli spazi cupi in cui ci si muove, le pareti sporche lungo le quali si striscia, le inferriate e le finestre attraverso cui si scruta fuori, i materiali scuri e untuosi che si sfiorano, le scritte oscure che si tenta di decifrare, tutto questo mondo fisico viene trasformato in un paesaggio metafisico, in un luogo della psiche. Le pietre, i mattoni, i metalli e i legni, gli oggetti e i macchinari, le scale e le ciminiere, si fanno frammenti di un racconto del passato, memoria, discorso sul tempo, monumenti decadenti simili ad antiche cattedrali in rovina, resti di un mondo in via di estinzione, scenografie fatiscenti che parlano anche dei nostri sentimenti e delle nostre passioni, dei sogni e degli incubi, delle nostre paure e dei nostri desideri. La fotografia non solo come mezzo per documentare spazi, luoghi, architetture, materiali, ma pure strumento per indagare il rapporto tra memoria e spazio, il rapporto esistente tra lo spazio e l'attivazione di un meccanismo teso a risvegliare emozioni e sensazioni connesse con il nostro vissuto.